Archivio per luglio 2013

10
Lug
13

Il ‘mio’ progetto emette i suoi primi vagiti…

… come la metto giù dura! Diciamo che l’ho finalmente collegata all’ampli per sentire la sua ‘voce’: voce grossa e piena con, purtroppo per me, una dinamica molto sacrificata. Un po’ me l’aspettavo, la poca dinamicità è tipica dei pickup ceramici, ma a questo c’è rimedio, spendendo soldi 😦 La realtà è che sono abituato troppo bene perché penso che una chitarra così ‘grossa’ piacerebbe a molti amanti del rock duro! Se non avete niente di meglio da fare ascoltatevi l’ultimo video, per il  momento: è una seria minaccia! 😀

Spero che Son torni presto così che possa divertirsi con la mia ultima follia!

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08
Lug
13

Siamo alla fine del ‘folle’ progetto?

Manca veramente poco al fatidico momento in cui: o esplode tutto o si udrà un suono!

06
Lug
13

Sturm und Drang – 2

Ed eccoci al secondo brano: in ogni CD c’è sempre qualcosa di ‘riempitivo’, qualcosa che sicuramente non passerà alla storia, ma che viene eseguito in modo semplice e lineare; quel brano è finito per essere il secondo della mini-raccolta.

(sittin’ on) The dock of the bay – Un solo take, il brano lo avevamo già suonato qualche volta in precedenza, e penso di aver usato il plettro come si evince dall’attacco più duro sulle note. Sovra-incisa l’acustica che compare in sottofondo ogni tanto, ma volevo che si sentissero i bassi belli profondi dell’Ovation in primo piano. Non sapendo bene come concluderla ci è venuta l’idea di lasciarla morire così, in mezzo ai delfini ed alle onde del mare. Non passerà alla storia, ma si può ascoltare senza soffrire troppo.

03
Lug
13

Sturm und Drang – 1

Oggi si ascolterà qualcosa, prima però due cenni sul mixaggio che è avvenuto o il giorno dopo o un paio di giorni dopo, non mi ricordo più bene, ma la seconda ipotesi mi pare la più probabile. Non fu facile perché era la mia prima (e per ora anche unica) esperienza e partirono 2-3 ore: troppo? Non saprei: di certo un cattivo lavoro in questa fase rischia di vanificare tutto; questa fase fu tutta a carico mio e dell’uomo al mixer perché la mia collega si limitò a scegliere gli effetti da mettere tra i brani. Già, come tutti i neofiti appena lei scoprì che si potevano mettere degli effetti sonori ‘naturali’ alla fine ed all’inizio dei brani ci prese gusto e… per me esagerò, ma siccome pagava lei… Sui singoli brani parlerò quando sarà il momento, in linea generale posso dire che decidemmo di tenere la chitarra in diretta e quella microfonata allo stesso livello in un mix di circa il 50% a testa per tutto il CD in modo di avere un mix coerente ed uniforme. La chitarra microfonata perdeva un po’ in bassi, ma guadagnava in ambiente in modo che l’uso di riverberi digitali, Lexicon se ricordo bene, fu veramente limitato; fu scelto un ambiente ‘standard’ da ripetersi più o meno simile in tutti i brani con leggere variazioni tra uno e l’altro, ma difficilmente percettibili: sempre per mantenere l’uniformità del lavoro. Delay? Certo, potevano mancare con me? Qui vidi il mixerista con il cronometro in mano misurare il tempo della singola canzone e poi sincronizzare il delay attraverso un calcolo matematico che lui faceva a memoria e che poi ‘correggeva’ ad orecchio: voi direte che si sente poco ed è vero, ma abbiamo tentato di mantenere il suono originale il più puro possibile. La chitarra praticamente non è stata equalizzata se non con l’equilibrio delle due tracce registrate sempre in contemporanea, diretta e panoramico, ed anche la voce non ha subito molti interventi. Quindi alla fine si trattava solo di equilibrare i volumi, lavoro comunque non facile e ricco di possibili sfumature.

Vi avverto: le canzoni sono tutte un po’ soporifere, ma non le ho scelte io e poi il duo chitarra voce non permette più di tanto.

Annie’s Song – Questa canzone di John Denver l’avevamo già eseguita dal vivo e quindi era quella che conoscevamo meglio e da questa abbiamo iniziato a registrare: io in soffitta e la cantante in cantina! L’arrangiamento originale fu suonato nella mia scuola in occasione della nascita della bambina di una mia alunna (già, mi è capitato anche questo): Anna, appunto. Ora è già grandina ed andrà alle superiori, ma fu un momento comunque bello e felice ed a fine anno io, la mia collega, 3 violini e un violoncello la suonammo alla ‘mamma’ per dedicarle buona fortuna per l’esame e, soprattutto, la vita. L’arrangiamento dei violini e violoncello era mio: cantato prima a voce e poi scritto su spartito; cosa non ho fatto io nella mia vita… Comunque questa volta era solo chitarra e voce e quindi ho rivisto l’arrangiamento per l’occasione. La cosa difficile è stata mantenere la fluidità dello spostamento dei bassi cosa che, mi pare, mi sia riuscita piuttosto bene. Ne abbiamo registrate 3 versioni diverse e poi tenuta la prima: la chitarra classica è suonata con le dita ed aveva veramente tutti quei bassi dati anche dal mio pollicione sui bassi; ancora oggi sono stupito di come sapessi suonare fluido e pulito, oggi me lo scordo! Scelto il primo take della canzone decisi di suonarci sopra anche con l’acustica in strumming, ma nel mix abbiamo deciso di tenerla molto bassa ed entrare con un lunghissimo ‘fade in’ fatto a mano ‘al volo’, infatti all’inizio non c’è proprio nel mix. La canzone ha un verso che ricorda proprio il mare che ha dato il titolo al CD ed ha ispirato i suoni naturali all’inizio; nel ritrovo pre-pranzo dove l’abbiamo velocemente ripassata, come già detto la conoscevamo, mi è venuta l’idea di bloccare la chitarra quando nella seconda parte viene ripetuta la frase del titolo del CD e così abbiamo fatto. Così quello è stato il momento in cui il climax raggiunge il massimo e la seconda chitarra scompare; secondo me abbiamo ottenuto un bell’effetto. Ogni tanto mi piace riascoltarla: non è un capolavoro, ma non è fastidiosa e si lascia ascoltare in modo innocuo.

02
Lug
13

Le venature del legno

Sono sincero: il legno mi piace. Mi piace il suo odore e mi piace quando si vedono le venature e questo si riferisce a qualsiasi cosa fatta in legno, se poi è una stratocaster… C’è un modello di strato detto Mary Kaye, dal nome di chi la suonava, che ha una colorazione che mi è sempre piaciuta proprio perché il corpo lasciava intravedere le venature del legno.

Naturalmente io non posso aspirare a cotanto splendore, ma ho sperato che il manico della ‘nuova’ strato che mi sto facendo, essendo in acero, lasciasse intravedere le venature del legno. L’ho preso sul web e quindi non l’ho potuto scegliere, ma credo di essere stato abbastanza fortunato; mi sono però reso conto che finora nessuna foto e nessun video ha reso giustizia di questo aspetto del manico che è difficile da catturare in immagini. Ci ho provato, appoggiando il manico sull’erba del giardinetto di casa mia, e giudicate voi!

Palettone in tutto il suo splendore con boccole vecchie.

Parte finale del manico.

Retro del palettone con meccaniche nuove, quindi non coerenti con le boccole (va beh!)

retro del manico che testimonia che non è un tarocco, anzi!

Se questa strato suonasse anche bene sarebbe scandaloso visto che è un’accozzaglia di pezzi presi a caso, ma con la Strato mai nulla si può dare per scontato.

01
Lug
13

Gli Sturm und Drang in sala d’incisione

Non posso certo deludere i miei 5-6 lettori, tra forum e blog, senza raccontare cosa sia successo in quell’ormai lontano 1999. Cominciamo con il dire che il preavviso è stato ben poco: circa una settimana in cui mi è stato detto del progetto e le canzoni che la mia ex-collega intendeva cantare. C’erano nostri vecchi ‘cavalli’ di battaglia e qualcosa di nuovo da impararsi e, soprattutto, da arrangiare, per chitarra e voce, in pochissimi giorni. Quali erano questi brani? Vi avverto subito che ha fatto tutto lei e l’ha concepito come un ‘concept album’ di cui solo lei sapeva il senso: io mi sono limitato ad eseguire e fare gli arrangiamenti chitarristici. Ecco il retro della copertina del CD!

Ho oscurato i nostri cognomi per questione di privacy: così non venite a cercarmi per dare fuoco alla casa! Concept-album dicevo: 3 parti, quasi fosse la dialettica hegeliana in funzione, di cui le prime due sono triadi e l’ultima una canzone sola (ora che guardo bene i titoli un senso c’è). Non escludo che avesse pensato a 3 pezzi anche nell’ultimo settore, ma o non li ha trovati o ci è mancato il tempo (probabile visto la fretta con cui abbiamo fatto il tutto); comunque il CD ha un suo insieme anche abbastanza organico. Comunque aveva già pensato anche l’ordine in cui metterli sul CD e quindi lei aveva in testa un messaggio ben preciso: io, ignorante, pensavo solo alla musica. Comincio subito con il dire che i due brani dei Blackmore’s Night non li ho scelti e voluti io, ma lei: che sia stato un contentino per me? (anzi la cosa mi dava un po’ fastidio perché già si cominciava a vociferare che fossimo una coppia non solo musicale ed essendo colleghi a scuola non era carina ‘sta cosa) Conoscendola direi proprio di no: probabilmente piacevano pure a lei e li ha trovati confacenti al ‘suo’ progetto; vero è che mi ha dato carta completamente bianca sul loro arrangiamento ed in effetti saranno i due pezzi più ‘stravolti’ dell’intero CD. I brani li passerò in rassegna uno per uno in prossimi post con le spiegazioni degli arrangiamenti e della loro incisione quasi ‘francescana’, ma volevo, prima di concludere questo post introduttivo, dire come abbiamo inciso.

Lei si è presentata solo con la sua voce, naturalmente, io con due Ovation: la mia, con corde in nylon, ed un’altra acustica con corde in metallo chiesta in prestito ad un mio ex-alunno e ritirata giusto prima di andare in sala. In sala siamo arrivati circa alle 14 dopo che io e lei ci eravamo trovati alle 11 per riprovare un attimo i pezzi e mangiare un boccone: come vedete preparazione quasi nulla, roba da incoscienti perché dovevamo fare tutto in un pomeriggio, massimo sino alle 19. Già arrivare fu un problema: il posto non mi ricordo più dove sia – ed ha dell’incredibile visto che è la mia unica esperienza ‘seria’ -, ma ci sono andato solo quella volta e il giorno dopo (o dopo ancora, non ricordo) per il mix finale quindi cercate di capirmi. Ricordo però distintamente che ci arrivai in retromarcia! Non c’erano navigatori e menate varie e quindi arrivai nella strada giusta, ma dalla parte sbagliata; per non cercare dove iniziasse e quindi prendere il senso giusto girai l’auto ed arrivai sul luogo in retromarcia, appunto. Un arrivo un tantino originale, lo ammetto. Mi vergognavo molto ad entrare in un posto ‘vero’ essendo io poco meno che niente e sapendo che lì giravano musicisti seri; veramente quel giorno eravamo solo in 3, per quanto io ne sappia: la cantante, io e l’uomo al mixer che, di fatto, registrava. Primo shock: io vengo messo in soffitta, meglio, in mansarda perché il tetto era di legno e  l’acustica migliore. In un angolo in fondo c’era una batteria metallara che però era stata silenziata a dovere (senza piatti e cordiera del rullante) e quindi di fatto non ha dato fastidio alcuno; la mia Ovation è stata collegata ad una ciabatta che andava al mixer, che era a piano terra, e di fronte ad essa è stato messo un microfono panoramico per la presa del suono naturale con l’ambiente. Deve essere stata la prima volta che ho dovuto mettere le cuffie per necessità visto che era l’unico modo che avevo per comunicare con l’uomo al mixer e la cantante. La cantante? Già, mica era in fianco a me: era in cantina! Non sto scherzando: era al piano sotto il mixer in una specie di stanzina piccolissima con pareti di legno ai lati stile separé (si potevano spostare a piacere) e davanti a lei c’era quel famoso microfono che si vede in tutti i video con delle strane ‘zampe da ragno’ sui lati e quel filtro circolare enorme davanti. Penso fosse un Rhode come questo qua sotto.

Ma avevo altro a cui pensare: come facevamo a tale distanza, io in mansarda e lei in cantina, a capirci? I nostri segnali, i nostri sguardi per darci i tempi? In realtà ci vedevamo attraverso un sistema a circuito chiuso perché io la vedevo in un monitor piccolo che era agganciato al soffitto e penso che per lei fosse lo stesso: lei non è salita da me ed io non sono sceso a vedere dove lei cantasse. L’esperienza comunque serve perché alla fine abbiamo fatto tutto senza guardarci: ognuno sapeva la sua parte e ci siamo lasciati guidare dalla musica (detto così sembriamo come quelli ‘veri’ ed invece siamo due qualsiasi), ma vi assicuro che è un’esperienza interessante anche se potrebbe anche spaventare l’idea di suonare così lontani, specie per uno come me abituato a suonare in un gruppo e fare anche il ‘direttore d’orchestra’!

Così dopo un mezz’oretta buona per fare i suoni ed abituarci al nostro nuovo ambiente così strano, per noi abituati a suonare con pochi metri di distanza, sono iniziate le registrazioni senza nessun’altra perdita di tempo anche perché lei pagava e questa cosa metteva non poca ansia: bisognava fare presto e bene, subito. Questa è la situazione in cui io comincio a cadere in manie di perfezionismo e sbaglio perché cerco appunto la perfezione (penso ai miei video su Youtube: alle volte rifaccio un take 10 volte solo per un bending calante su 5 minuti di brano per poi tenere la prima registrazione perché più immediata e naturale nonostante gli errori). Insomma: la sindrome della luce rossa accesa, che non c’era, ma sapere che si stava registrando mette addosso un ‘non so che’ di agitazione che blocca la memoria ancor prima delle dita: terrore di non ricordare l’accordo dopo!

Alla prossima volta dove inizieremo a sentire qualcosa, si spera.




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